Quello dell' Universal Design è un concetto molto ampio e dai contorni poco delineati. Una vera e propria  filosofia che inizia a penetrare sempre di più il mondo dell'architettura e della progettazione ambientale. Per capirne di più abbiamo fatto affidamento sull'esperienza di una vera esperta.

 Sophia Los è nata a Venezia ed è un architetto e paesaggista con grande esperienza nel settore. “Certo – ci racconta - Venezia presenta molti ostacoli dal punto di vista dell'inclusività e delle barriere architettoniche anche se ultimamente si sono fatte moltissime azioni per renderla più accessibile. Ovviamente stiamo parlando di un accessibilità per chi ha problemi di deambulazione perché poi l'inclusione prevede qualsiasi genere di problema.  Dobbiamo però tenere conto che a Venezia la gente si sposta in barca.


 La barca presenta tutto un altro contesto di percezione dello spazio rispetto alla nostra abitudine che è pedonale ciclopedonale o veicolare.  Potremmo dire che il principio dell' Universal Design è quello per il quale un handicap emerge solo nel momento in cui non è stato previsto nel progetto. Sì perché questo tema si potrebbe riportare non soltanto sul problema delle modalità di fruizione degli spazi da un punto di vista appunto sensoriale percettivo di mobilità, ma anche rispetto a ciò che chiamiamo ambientalismo.  

Io mi occupo di questo e naturalmente anche di Universal Design, perché vengo da un approccio che che considera gli spazi abitati da tutti i punti di vista. Per esempio un edificio che è male orientato è come una città con i ponti che non si possono attraversare.   Quando si parla di inclusività o di Universal design si parla anche e non solo di accessibilità delle strutture architettoniche.  Ecco quali sono i problemi maggiori cui un architetto va incontro nella progettare strutture in aree pubbliche che possano essere utilizzate davvero da tutti.  

Allora volutamente estendo questo discorso anche ai temi ambientali perché è lo stesso principio. Noi viviamo in una cultura che ha un concetto di estetica completamente slegato dal concetto di etica e di collettività. Un'opera d'arte, come un quadro o una scultura, io posso tenerla in casa, toglierla o spostarla ma quando modifico lo spazio attraverso un intervento io sto modificando il pianeta terra.  Cioè faccio un buco: prima c'è la terra poi non c'è più.   Francesco Venezia, che è un architetto molto noto e del quale sono stata assistente all'università per anni, diceva sempre che quando costruiscono un edificio, questo dovrebbe essere più bello della montagna dalla quale ho cavato la pietra per realizzarlo. 

Noi siamo abituati ad essere spettatori, abbiamo un rapporto visivo con lo spazio. 

Per questo noi  puntiamo ad  una formazione, anche da progettisti, più completa, che a monte di un progetto preveda la conoscenza dell'ambiente in cui si colloca la struttura e il rapporto tra interno ed esterno. Avremo così la possibilità di sviluppare la nostra capacità creativa in un modo più completo, finalizzandola all'utilizzo di tutti:  stranieri, bambini, anziani, persone con una qualsiasi problema temporaneo o persone che hanno delle difficoltà permanenti.  Contro di noi però remano a volte le normative che derivano dalla mancanza di buon senso. Molto spesso diventano un ostacolo non un'opportunità sia sotto l'aspetto ecologico che sotto l'aspetto dell'inclusività.


Quando penso all'inclusività, alla possibilità di fruizione da parte di tutti di luoghi pubblici, io penso innanzitutto agli spazi urbani o agli spazi pubblici urbani e poi magari la mente va verso anche le fasce più deboli della popolazione che sono proprio i bambini.  Allora mi viene in mente di come strutturare, per esempio, una città dal punto di vista della sicurezza per i bambini che spesso sono costretti a convivere con dei pericoli.  

Anche questo immagino faccia parte del concetto di architettura inclusiva o Universal Design.

 Mi chiedo anche come possono questi bambini al giorno d'oggi svincolarsi dai vincoli della tecnologia per poter vivere insieme magari dei parchi degli spazi pubblici per trovare convivialità. Io sono convinta che l'architettura sia la scena sulla quale si innesta una sceneggiatura, perché in realtà non esiste un'unica realtà ma una narrazione La nostra vita è una commedia, allora lo spazio pubblico di una città, che significa anche la strada della lottizzazione, ha una forma una modalità di essere costruito che è la scenografia, la scena dei comportamenti.  


Tutto ciò il lockdown l'ha messo molto in evidenza. Un esempio semplicissimo può essere rappresentato dalla passione che hanno gli umani per le villette della periferia. Sono la scena che un regista sceglierebbe per un film criminale perché si trovano, magari, in una strada piccola e cieca, con recinti a destra e sinistra, abitate da persone che non devono avere più grande contatto l'una con l'altra e strade che devono essere protette all'interno da cani, leoni, tigri, draghi e allarmi.

Non è la stessa scena di una piazza del centro.  Quindi, nel momento in cui io produco, disegno uno spazio, questo spazio mi dà già un pezzo del racconto della vita che accadrà”.